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Domenica 10 luglio Potere al Popolo in piazza a Pozzuoli per il salario minimo

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Domenica 10 luglio Potere al Popolo sarà in piazza a Pozzuoli per promuovere l’introduzione di un salario minimo legale

Da un mese è partita la campagna nazionale per la promozione della proposta di legge scritta dall’organizzazione nazionale Potere al Popolo per l’introduzione di un salario minimo legale di almeno 10€ lordi l’ora.

“qui in città ci siamo da subito occupati delle questioni legate alla qualità del lavoro. Infatti una delle nostre iniziative sicuramente più riuscite è stata quella contro il lavoro nero.

Assieme a questa battaglia va assolutamente portata avanti una sul miglioramento contrattuale delle condizioni di lavoro. Partiamo dalla paga oraria, deve essere di almeno 10€ l’ora lordi!

Molti lavori, soprattutto nel mondo della ristorazione e del turismo, offrono paghe inferiori a questa che riteniamo essere il minimo di dignità” dichiara Kate De Flammineis una delle portavoci locali.

“Domenica dalle 18 saremo in piazza della Repubblica per un’iniziativa pubblica in cui spiegheremo tutti i dettagli della nostra proposta di legge.

Ci sarà Marzia Pirone, avvocata che ha contribuito alla scrittura del testo di legge, e Giuliano Granato, portavoce nazionale di Potere al Popolo.”

Per ulteriori informazioni sulla proposta di legge visitare il sito https://poterealpopolo.org/salario-minimo-almeno-10/

Maggiori approfondimenti sulla legge sul salario minimo

Abbiamo chiesto ulteriori approfondimenti sulla legge ai rappresentanti di Potere al Popolo Pozzuoli, ecco cosa ci hanno risposto.

Che differenze ci sono tra la vostra proposta e quella dei 5 stelle? perché farne due, invece di unire le forze?

Le differenze principali sono due:
• la cifra indicata, 10 euro lordi per noi, 9 per loro
• i contratti di riferimento: loro indicano quelli dei sindacati più rappresentativi secondo
l’accordo sulla rappresentanza del 2014; noi rifiutiamo quell’accordo e riteniamo che si
debba fare riferimento al contratto di maggior favore per i/le dipendenti
Possiamo unire le forze anche presentando proposte diverse: noi lottiamo per l’istituzione di un
salario minimo dignitoso, che costituisca un miglioramento delle condizioni di vita di milioni di
persone, e riteniamo che la nostra proposta sia valida; se un’altra proposta, altrettanto valida, avesse
maggiori possibilità di essere tradotta in legge, daremo il nostro contributo per migliorarla il più
possibile.

Perché 10 euro lordi? Perché non di più, o non netti?

Indichiamo la cifra lorda perché nel lordo ci sono parti imprescindibili del salario, come i contributi
pensionistici. 10 euro lordi corrispondono, attualmente, a circa l’80% del salario mediano, quindi il
20% in più rispetto a quanto indicato, ad esempio, dall’Unione Europea come riferimento. Con un
salario minimo a 10 euro lordi l’ora aumenterebbe lo stipendio di circa 5 milioni di lavoratrici e
lavoratori poveri. 10 euro lordi sono quindi sia una buona cifra in sé, sia una cifra compatibile con
l’attuale assetto economico del nostro paese. Siamo convinti che indicare una cifra maggiore – ad
esempio i 12 euro della Germania – avrebbe rischiato di esporre maggiormente la nostra proposta
all’accusa di essere campata in aria; riteniamo inoltre che un minimo a 10 euro lordi avrebbe effetti
positivi, al rialzo, di tutti i livelli salariali superiori.

La vostra proposta prevede che il salario minimo cresca col crescere dell’inflazione e delle spese delle famiglie più povere. non si rischia di aumentare ancora di più l’inflazione?

No. Abbiamo preso il meccanismo di rivalutazione dal modello francese dello SMIC, in vigore dal 1970.

L’inflazione in Francia, in questo periodo, non è stata maggiore dell’inflazione in Italia, anzi.
L’andamento comparato dei tassi di crescita dei prezzi nei due paesi, che presentiamo nel grafico
sottostante, mostra meglio di qualunque altra spiegazione che evidentemente l’inflazione non
dipende – se non marginalmente – dalla dinamica salariale.

La direttiva europea recentemente approvata dice che dove c’è una grande copertura contrattuale, come in Italia, non serve un salario minimo legale. La vostra proposta è compatibile con la direttiva
europea?

La direttiva europea segnala un problema, più che indicare soluzioni. Il problema è il lavoro povero
in Europa. Le soluzioni prospettate sono un salario minimo fissato per legge o per mezzo della
contrattazione, se questa copre tra il 70 e l’80% delle lavoratrici e dei lavoratori. Il presupposto è
che un’alta copertura contrattuale garantirebbe la tenuta salariale. La dinamica dei salari certificata
dall’OCSE dice, invece, che in Italia, nonostante la grande diffusione della contrattazione collettiva,
i salari dal 1990 sono diminuiti. Evidentemente non sono più efficaci come tutela. Noi pensiamo
che serva un minimo legale, e la direttiva non vieta di procedere in tal senso.

Se tutti possono adeguarsi al minimo legale, che fine fanno i sindacati e i contratti?
La nostra proposta prevede che il trattamento salariale minimo sia quello fissato dal contratto di
maggior favore, se presente, o dalle legge, e che in ogni caso non può essere inferiore a 10 euro
lordi. Evidentemente i sindacati sarebbero stimolati a trattare condizioni di maggior favore salariale,
per rendere il proprio contratto lo standard di riferimento. Inoltre i 10 euro lordi sarebbero il gradino
minimo dal quale partire per definire salari più alti.

Diversi economisti, da Brunetta a Visco, si sono dichiarati contrari al minimo legale perché dicono che i salari devono essere legati alla produttività e quindi vanno stabiliti dai contratti senza vincoli esterni. Come rispondete?
La produttività è la quantità di valore aggiunto prodotta per ogni ora lavorata. Più che dipendere
dall’intensità del lavoro, come vogliono farci credere, dipende dalla qualità del lavoro. Un’ora di un
operaio di una fabbrica di smartphone produce più valore aggiunto di un’ora di un cameriere di un
ristorante, quale che sia l’intensità del lavoro svolto da entrambi.

L’Italia negli ultimi trent’anni ha cambiato rapidamente il suo tessuto economico: le piccole produzioni “di eccellenza”, che spesso si reggevano su ipersfruttamento, bassi salari ed evasione fiscale, sono state soppiantate da aziende di paesi esteri che potevano garantire condizioni lavorative e salariali ancora peggiori, o da aziende che hanno investito nel capitale umano e nella innovazione tecnologica. È aumentata così la percentuale di lavoratrici e lavoratori addetti ai servizi, in particolare ai servizi alla persona – turismo, ristorazione, alloggi, pulizie, etc – dove la produttività è necessariamente più bassa. Per
farla breve, il salario non può dipendere dalla produttività perché la produttività non dipende dai
salari, se non in una parte residuale. Chi sostiene il contrario in realtà vuole scaricare sulle
lavoratrici e sui lavoratori le responsabilità della classe imprenditoriale più indecente d’Europa,
arricchitasi solo ed esclusivamente con lo sfruttamento e l’evasione, che oggi vorrebbe scaricare la
propria inettitudine su chi lavora. Noi invece diciamo, seguendo la Costituzione, che il salario deve
essere proporzionato al lavoro e alla possibilità di garantire una vita dignitosa. Niente di più, niente
di meno.

Se passa la vostra proposta non c’è il rischio che chi oggi guadagna più di 10 euro l’ora si trovi a guadagnarne meno?
Oggi i salari inferiori ai 10 euro lordi l’ora si concentrano in settori poco produttivi, come turismo,
ristorazione, servizi alla persona, guardiania, etc. Nel settore industriale, nei servizi alle imprese, nel
pubblico impiego i salari sono più alti. Il minimo legale inciderebbe innanzitutto sui circa 5 milioni
di lavoratrici e lavoratori poveri, e andrebbe a costituire il gradino dal quale partire per contrattare i
salari maggiori per gli altri settori. Certo, gli imprenditori potrebbero essere portati a “compensare”
i mancati profitti provando a schiacciare i salari più alti (del resto l’hanno fatto anche senza il
salario minimo) e quindi il minimo legale potrebbe anche, in una piccola misura, fare da “calamita”
per i salari immediatamente superiori, ma in realtà è stato studiato che, a regime, l’introduzione di
un minimo legale apporterebbe benefici a tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, e che al contrario è
proprio l’assenza di un minimo a trascinare al ribasso tutti i livelli salariali superiori.

Tutto bello e giusto, ma chi paga?
Facile: gli imprenditori! In particolare quelli che non hanno mai pagato il giusto, che hanno evaso il
fisco, che hanno intascato incentivi su incentivi senza innovare ma andando ad aumentare solo i
dividendi degli azionisti e le rendite dei proprietari. L’introduzione di un salario minimo
costituirebbe un aumento dei costi per le imprese di svariati miliardi, circa 6: ben venga!

Se pagano gli imprenditori, non c’è il rischio che chiudano per andare in altri paesi più economici?
Gli imprenditori oggi attivi nei settori a più bassi salari non possono andare altrove. Il proprietario
di un ristorante in Costiera Amalfitana che paga una miseria cuochi e camerieri non può chiudere e
riaprire altrove; può solo adeguarsi, rinunciando ad una parte di profitto o provando a compensare
con l’aumento dei prezzi, ma entro un certo limite per non andare fuori mercato. Gli imprenditori di
settori più produttivi non possono spostarsi solo per cercare salari più bassi: ci sono ragioni
logistiche, o legate alle competenze richieste, che porterebbero a restare qui. Qualcuno andrà via,
qualcuno lo minaccerà e basta, ma è provato che, invece, tra gli effetti sul medio-lungo periodo del
salario minimo c’è uno spostamento del capitale verso settori più produttivi, più qualificati, quindi
in generale un miglioramento del quadro economico del Paese.

Va bene il minimo orario, ma se lavoro poche ore a settimana e non per mia scelta, come arrivo a fine mese? come risolviamo questo problema?
È un problema che ci siamo posti. Abbiamo pensato ad un minimo mensile, ma è risultato
complesso trovare una soluzione realistica. Abbiamo anche pensato ad interventi legislativi sulle
tipologie di lavoro precario, ad esempio a limitazioni sul part-time o, come in Spagna, sui contratti a
termine, ma alla fine abbiamo deciso di concentrare gli sforzi su un solo punto. Naturalmente il
problema resta ed ogni soluzione è la benvenuta, quindi se vuoi confrontarti con noi sul
tema…scrivici!

Se le imprese sono costrette a pagare di più i dipendenti non c’è il rischio che aumenti il lavoro nero?
Sì, e no. Certamente qualcuno ci proverà, magari con falsi part-time o altre soluzioni ben note a chi
lavora. Ma come per il caso del reddito di cittadinanza, il problema non è nella proposta
migliorativa che può essere aggirata, ma nella totale assenza di controlli nei confronti di chi
commette illeciti sul lavoro. Il lavoro grigio e nero esiste oggi, ha continuato ad imperversare come
“offerta” nei confronti dei percettori di reddito e continuerebbe nel caso di un minimo legale. La
soluzione è togliere il reddito di cittadinanza e dimenticarsi il salario minimo? No. La soluzione è
stanare chi commette illeciti e fargliela pagare molto più cara di quanto non costi loro oggi

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